Due donne. Due vite. La Sicilia e un ricettario di personaggi, spezie e sapori Mediterranei. E a fare da ponte c’è la cucina, luogo di lotta per l’autodeterminazione di una donna, Maria Grammatico, piena di forza e di straordinaria volontà che è riuscita a portare la sua fama dai vicoli medievali di Erice alle pagine delle più celebri riviste di gastronomia di tutto il mondo. Ormai da anni, la Pasticceria di Maria Grammatico, con i suoi dolcetti di mandorle, veri capolavori della creatività pasticciera ericina, è una delle mete obbligate per chi visita Erice. In tanti si sono imbattuti nelle sue ricette e nella sua storia. Ma a raccontarla nelle pagine di un libro, diventato anche un documentario su Discovery+ per la serie “Eccellenze di Sicilia”, è stata la scrittrice Mary Taylor Simeti, autrice del libro di ricette “Mandorle amare”, pubblicato dalla nostra casa editrice ben cinque anni fa e ancora apprezzato dai lettori, nella ristampa di luglio di quest’anno. L’autrice ripercorre il suo primo incontro con Maria Grammatico quasi come in un flashback di ricordi, dove la parola e la memoria diventano un tutt’uno. Questa è la loro storia. O almeno l’inizio. Buona lettura.

Una strana coppia: l’unica cosa che io e Maria Grammatico avevamo in comune era l’età. Nata e cresciuta a Manhattan, ho finito l’università nel 1962, e sono venuta in Sicilia per fare un anno di volontariato; Maria, figlia di un mezzadro, nata e cresciuta in un’isolata casa di campagna, in quel anno stava uscendo dall’orfanotrofio gestito da suore dove aveva passato tutta la sua adolescenza imparando a fare dolci. Eppure 25 anni più tardi, quando sono andata al suo negozio a Erice, in cerca di un agnello pasquale di pasta di mandorla da inserire in una mostra di artigianato per un museo newyorkese, una scintilla di simpatia si accese da subito. Maria amava raccontare la sua infanzia e la vita dell’orfanotrofio, un racconto che sembrava scritto da Dickens, e  io l’ascoltavo incantata.

L’affare dell’agnello richiese ulteriori visite; ogni volta Maria mi raccontò qualche altro pezzo della sua infanzia e io abboccai come un pesce all’amo. Infine le proposi un articolo per una rivista americana, il quale necessitò varie visite, ore passate nel laboratorio della pasticceria Grammatico con quaderno e registratore. Pubblicata in Gourmet Magazine nel novembre del 1991, la storia di Maria riscosse un notevole successo.

Fu lei a suggerire un libro. Presa da altri progetti, all’inizio mi tiravo indietro, ma sapendo che la secolare tradizione siciliana dei dolci di convento stava morendo, e man mano che Maria, vera erede della tradizione orale, mi ammagliava con i suoi ricordi, mi convinsi che sarebbe imperativo conservare per i posteri la storia di Maria e le sue ricette.  Così, dopo molte ore ancore di chiacchierate e registrazioni, nacque Mandorle amare.

Fu pubblicato nel 1994 col titolo Bitter Almonds, e Maria e io andammo a New York per presentarlo alla radio, alla televisione e in qualche scuola di cucina: mentre io parlavo Maria, che era arrivata con 25 chili di pasta di mandorla nel bagaglio, dimostrava la straordinaria abilità con cui la maneggiava, una manualità imparata a 11 anni e sviluppata e affinata da quasi 40 anni di modellare la frutta di martorana per cui la Sicilia è giustamente famosa.

Negli anni a seguire anche Maria è diventata famosa, protagonista di articoli e documentari, filmata da telecamere provenienti da tutte le parti del mondo, con una scuola propria e un piccolo impero di pasticceria. Ma se andate a Erice, la troverete tutt’ora nel laboratorio dove io ho registrato la sua storia, ancora intenta a modellare le pere, le mele e le rose, oppure a mettere i riccioli sull’agnello pasquale.

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