ALMANACCO DEL GIALLO (maggio-giugno 2006) "Un noir incentrato sulle ossessioni di alcuni giovani sbandati che si servono di internet per compiere atroci delitti e condizionare le menti dei loro coetanei".
Giuseppe Lippi
IL GIONALE DELL'ALTOMILANESE (maggio 2006) "Lo scrittore che osserva la realtà trova sempre mille stimoli per sviluppare una storia. Il famoso detto 'la realtà supera la fantasia' è ormai un elemento stra-acquisito in questa società super informata e multimediale: le migliaia di notizie che rimbalzano ogni giorno da una parte all'altra del pianeta sono qui a dimostrarcelo. Binaghi, ad esempio, decide di partire dai tristemente famosi lanci di pietre dai cavalcavia, una delle più alte espressioni della stupidità umana che, a distanza periodica, tornano ad occupare le cronache dei giornali. Un uomo, mentre viaggia con la propria auto in un angolo del Piemonte, viene colpito da un sasso, lanciato da tre teppistelli annoiati. Per l'uomo comincia una disavventura che non avrà lieto fine, per Binaghi ci sono i primi elementi narrativi con cui costruire una vicenda appassionante e coinvolgente. Un giallo, indubbiamente, ben strutturato dal mestiere, ma anche una nitida fotografia della nostra realtà: una società assopita dal piccolo schermo dove si diventa personaggi entrando in una casa, oppure dove si vaga alla ricerca del colpo di fortuna che, con un colpo di bacchetta magica, può trasformare la nostra esistenza... Appena spuntano le prime vittime anche le forze dell'ordine arrivano ad occuparsi della vicenda: Binaghi sceglie di far condurre le indagini all'ispettore Legnetti, carattere ben delineato e personaggio sicuramente vincente. Le leggende di ieri si intrecciano alla noia del reale, dal passato riaffiorano i druidi e dal futuro gli idealismi di sempre cercano spazio per costruire qualcosa di differente. 'E' meglio essere in due ad attraversare la notte: certe volte è come guadare un fiume che non finisce mai': affidatevi a Valter Binaghi per la prossima serata libera. Saprà coinvolgervi al meglio con un giallo appassionante, che assomiglia terribilmente al mondo in cui viviamo".
Daniele Oldani
STILOS (aprile 2006) "Un anno dopo 'Robinia Blues', Valter Binaghi torna in libreria con una storia giovanile ambientata anch'essa a nord di Milano, ma in un tempo ben più vicino. Mentre nel precedente libro lo scrittore analizzava un periodo di circa vent'anni, costruendo un calibrato romanzo di formazione che eleggeva a protagonista la generazione degli anni sessanta, cresciuta nell'Italia del benessere, la vicenda narrata ne 'La porta degli innocenti' (anche questo è il frutto di un ben congegnato intreccio di sotterranee voci narranti), si sviluppa invece in solo sei mesi, da aprile a ottobre del 2002, e si concentra su alcuni omicidi accaduti in un paesino dell'Altro Piemonte, tutti a sfondo satanico. L'obiettivo di Binaghi non è solo quello di scrivere un thriller poliziesco, ma di segnalare l'abisso che si nasconde di fianco a noi, dentro la nostra esistenza omologata da ritmi e impegni: l'abisso di miseria morale di cui spesso, purtroppo, diventano vittime soprattutto i giovani. Si può dire, anzi, che il percorso narrativo tracciato da Binaghi nasconda una sorta di traccia sociologica: i figli di quegli stessi ragazzi che avevano animato le pagine di 'Robinia Blues' entrano in scena in questo romanzo in modo più crudele e cinico. La differenza sta nel processo di formazione: mentre i ragazzi del primo libro riescono a maturare una coscienza di sé, nonostante le trasformazioni ambientali ed economiche avvenute tra gli anni settanta e ottanta, questi ultimi risultano perseguitati dall'eccessivo benessere e scontano la noia frequentando i territori inquieti dell'esoterismo. Binaghi - bisogna dirlo - non si pone nei confronti dei suoi personaggi in una dimensione moralistica, non giudica né disapprova. Semmai delinea un quadro e introduce il lettore nei percorsi accidentati che a volte segnano di follia visionaria la labile psicologia dei suoi carnefici. Per questa ragione 'La porta degli innocenti' è un romanzo di 'deformazione' (o di una formazione mancata), osservata nei risvolti sociali: i carnefici che ammazzano quattro vittime innocenti per recuperare la vacua speranza di un aldilà primordiale (in realtà una speranza frutto di allucinazione) sono interpretabili anche come il prodotto di una società che ha fornito benessere in abbondanza ma li ha anche svuotati di ogni tensione e dimensione etiche... Il paese dei balocchi - il paese Italia - si ricorda di queste realtà solo quando invadono le pagine dei giornali o gli schermi televisivi. Solo quando, cioè, a turbare la nostra monotona esistenza intervengono le ombre inquiete di quei figli che probabilmente si sono sentiti trascurati da genitori troppo distratti".
Giuseppe Lupo
VOGUE (marzo 2006) "In 'La porta degli innocenti' di Valter Binaghi (Flaccovio), giochi infantili nascondono agnelli mannari in un crescendo senza tregua che altalena tra cyberspazio e reale".
THRILLERMANIA (febbraio 2006) "E' da almeno vent'anni che assistiamo al boom dei maghi, dei medium, dei sensitivi, delle sette e edei rituali. In testa, quelli della televisione: fattucchiere virtuali. Su questo panorama sono usciti diversi romanzi (da J.G. Ballard ad Ammaniti), a cui va senz'altro aggiunto 'La porta degli innocenti' di Valter Binaghi. Tutto comincia quando Freddie, yuppie di città, attraversando con la sua berlina di lusso la foresta della serra viene sbalzato nel pericoloso mondo esterno, da una macignogettato giù da un cavalcavia da tre trucidi neo-nazi: d'ora in avanti penzolerà verso una morte violenta e feroce dentro la montagna che ospita un rave-party. Altre vittime lo seguiranno o lo hanno preceduto: un ragazzo africano inseguito da una banda di motociclisti inferociti, George il corridore e Nerina. Contemporaneamente cominciano ad affollarsi simboli inquietanti: un altare druidico, il Serpente piumato, le droghe chimiche, la techno tribale, i videogiochi, le foto porno e i demoni babilonesi. A cui c'è da aggiungere la new economy, mito e speranza del fu yuppie Freddie. Largo e fuorviante il ventaglio delle ipotesi su cui indaga l'ispettore Leonetti, trasferito dal suo comodo ufficio a Torino in quello "sputo di paese! di montagna: opera di un serial killer? O degli organizzatori del rave col loro macabro gioco 'La vendetta di Montezuma'? O della leggenda nera locale del Cinghiale zoppo? O di quei potenziali criminali che sono i ragazzi d'oggi? Leonetti bordeggia tutto ciò alla ricerca della verità, che alla fine sembra arrivare: tremenda e inquietante, dove la realtà ha perso ogni connotazione. Binaghi si è occupato negli anni Settanta di controcultura e movimenti giovani, è curatore di libri di genere musicale: tutte valide credenziali per scrivere - per l'oggi e il domani - questo ampio, inquietante affresco sulla realtà trasformata in un incubo".
Graziano Braschi
IL QUOTIDIANO DI LECCE (28 gennaio 2006) "I ragazzi di oggi sono tutti potenziali criminali. E' su questa dichiarazione di stato che si basa il romanzo di 'La porta degli innocenti', terzo lavoro nel genere per il milanese Valter Binaghi. All'interno dell'iperproduzione narrativa ed editoriale nazionale, questo thriller spicca innanzitutto per un'inversione poetica e generalzionale: quelli su cui puntare gli occhi del lettore, del poliziotto di turno o dell'intera comunità, sono i ragazzini. In una società allo sbando, dalla grande città al piccolo villaggio di montagna, si assiste all'eclissi del valori, alla progressiva fuga dal reale verso il delirio, verso l'assurdo, a un naufragio dell'ultima generazione che non può trovare colpevoli se non nella assoluta mancanza di punti di riferimento. Su questa considerazione di base poggiano altri elementi essenziali del romanzo: gli omicidi rituali del corridore nero George e dello yuppie di città Freddie, l'uno povero, immigrato, calciatore fallito a 16 anni, l'altro ricco, ambizioso, rampante, eppure entrambi destinati a una fine tragica e crudele; l'ispettore Leonetti, che si troverà alle prese con una catena di omicidi, la funesta epopea della famiglia Restelli; e poi Flora, locandiera goldoniana ma ben più malinconica, e tutta una galleria di personaggi tipici e luoghi indimenticabili. 'La porta degli innocenti' è un thriller ben congegnato, in cui l'autore non lesina sulla satira politica e di costume, sui riferimenti mitologici e musicali, ma senza dimenticare che la storia serve da pretesto per raccontare i molti vizi e le rare virtù di un'Italietta allo sfascio, una nazione impotente in un tempo, quello attuale, dove la realtà virtuale (sia essa il cyberspazio o le menzogne propinate attraverso i mezzi di informazione, tv in testa) ha preso saldamente il sopravvento sulla realtà vera: con il funesto, devastante risultato di un ritorno al mito e al medioevo della ragione".
Vito Lubelli
SUPEREVA.IT (20 gennaio 2006) “Da quella inguaribile romantica che sono ho sempre rifiutato di leggere le prefazioni di un libro e fino a che non sono giunta alla fine tendo, possibilmente, ad ignorare perfino la reale identità dell’autore. Non mi interessa sapere se uomo o donna, se autore affermato o esordiente, se professore o giornalista, mi illudo di sapere riconoscere una buona storia, quando ne leggo una, indipendentemente dal fatto se sia stata scritta da Baricco o da una casalinga anonima di Brescia. So che è un modo di porsi se vogliamo un poco demodé, ma per me quello è ancora l’unico e il solo sistema per leggere e gustare un buon romanzo. Non voglio che nessuno, autorevole o meno che sia, mi dica quello che devo pensare, o come lo devo inquadrare. Un libro, quando si aprono le pagine, è sempre un’indicibile avventura che va vissuta passo passo, da soli con se stessi, perché, come la vita, ogni libro dice a ciascuno di noi delle cose diverse. E la lettura di questo romanzo dice una cosa sola, che l’autore ha scuola ma ha anche, cosa più importante, anima e cuore. La storia è ben tessuta, la trama perfettamente ordita, l’ambientazione provinciale suggestiva e struggente come poche altre, ma il tocco vero, di sublime poesia, sta in quei piccoli ritratti, in quelle macchiette stravolgenti e persuasive che ci riportano, come in un radio dramma, come in una pittura impressionistica, ansie, palpiti e respiri dei protagonisti. Come non innamorarsi della pastora che parla in dialetto stretto e biascica antiche storie contadine mangiucchiando pane e formaggio davanti al camino assieme a due bambini che sembrano usciti dritti dritti dalla fiaba di Hansael e Gretel? Come non restare incantati dalla quieta silenziosa composta dignità di quella madre sola che ricompone il cadavere del figlio adolescente, che ha appena perduto due volte, una perché è morto, e la seconda perché non è riuscita a seguirlo e ad amarlo abbastanza per riuscire a proteggerlo dalle sue stesse fobie? Come non subire il fascino e la malia di quell’antico vegliardo fiero e imbattibile che giace nel suo letto di morte, guardato a vista dai familiari, che alla vigilia della sua dipartita tira le somme della sua vita, contabilità, amori, affetti e disillusioni, fino all’ultima, silenziosa beffa, giocata alla sua progenie con la suadente complicità di un amico avvocato e confidente, di quelli di una volta, che, come i medici di campagna, eseguono senza domandare perché già sanno, senza nemmeno farselo raccontare? C’è in questo autore una maestria rara, un tocco sapiente, una mano esperta, che pennella e tratteggia, racconta e dipana, mostra e sviluppa, come un maestro di scuola, come un ritrattista ad acquerello, come un vecchio cantastorie con un bicchiere di vino in mano. Quello che ne esce è un ritratto inquietante della società moderna, gli adolescenti, la realtà virtuale, i giochi di ruolo, l’isolamento quotidiano, le porte della follia che convivono così tanto disperatamente vicino con quelle della normalità, al punto da essere quasi, ma solo quasi, invisibili. Certo è uno spaccato sociale, duro, spietato e veritiero, ma c’è anche tanta nostalgia per quei luoghi incontaminati, per le vecchie e antiche leggende del sapere contadino, per la vita quieta e sonnolenta delle cittadine di provincia. Gli adolescenti, in questo romanzo, marciano come soldati bene inquadrati verso la distruzione finale, cosa che in fondo tutta l’umanità sta facendo, solo che ancora non lo sa. Qui però il dramma è diverso, perché i ragazzi, lo sappiamo tutti, sono i più sensibili, i più indifesi, i più esposti, logico che siano loro, i primi, a soccombere all’attacco. Come se ci fosse un virus nell’aria, inutile illudersi che sia esclusivamente il loro mondo quello marcio, è solo che sono stati colpiti per primi, più forte, con maggiore violenza, ma nessuno è immune, ciascuno di noi, a modo suo, è già contaminato. Senza moralismi, senza falso perbenismo, senza ostentazione, questo romanzo è al tempo stesso un noir della razza più pura, di quelli che svolgono anche una funzione sociale, perché puntano il dito sulle piaghe più oscure del nostro cosiddetto “vivere civile”, ma anche un giallo ben costruito, uno di quei vecchi e tanto cari intrighi a puzzle, dove ogni pezzo, circostanziato e circoscritto, si va ad accomodare, ma solo alla fine, con matematica semplicità, nella sua collocazione definitiva. Per il resto gli ingredienti del Mistery ci sono tutti, delitti a catena, i Dolmen, i Menhir, gli altari sacrificali degli antichi popoli, i druidi, le chat, le catene di sant’Antonio, il passa parola, internet, i giochi di ruolo, i rave, gli hacker, l’investigatore amareggiato e disilluso che lotta con se stesso e con la vita, che crede di innamorarsi ma non sa ancora di cosa, che cede alle lusinghe della carne ma ha nella testa solo una via di fuga, una qualsiasi, che lo porti via dalla sua vita. E a ben guardare non è quello che cerchiamo un po’ tutti, un punto di fuga, là, laggiù, lontano all’orizzonte, una via d’uscita, una qualsiasi, non importa dove, non importa come, e nemmeno quando e tanto meno perché? Da qui nasce il romanzo e qui finisce, su quella fantomatica via di fuga che tutti inconsapevolmente cerchiamo e che per ognuno di noi rappresenta, o può rappresentare, un miraggio ogni volta diverso, ma sempre, innegabilmente, falso. Come sempre, anche questa volta, ‘La Porta degli Innocenti’, può portare parimenti sia alla salvezza che alla condanna, perché da questa vita, non esiste salvezza alcuna, se non dentro noi stessi, inutile e vano cercare altre vie. Lo sapeva bene il prete, che sacrifica la sua stessa vita nel vano tentativo di riscattarsi, lo sentiva il vecchio possidente che si confessa mentalmente perché tanto “vale lo stesso”, ne era consapevole anche l’investigatore Leonetti, silenzioso eroe doloroso e compunto, che ha creduto di vedere quello che non c’era, pur di non dover guardare altrove. Uno specchio rotto sotto il sole ha mille riflessi ammalianti, affascinanti frammentazioni, riverbera mondi inesistenti, ma alla fine una caverna è solo una caverna, il cadavere di un nano è solo quello di un minatore, e un delitto rimane, sempre e comunque, un delitto. Ecco perché gli abitanti del paese, dopo tante morti, lutti e maledizioni, giusto per non sbagliare, alla fine, sotto quel maledetto altare druidico, con grande costernazione del Supervisore ai Beni Culturali, un bel po’ di dinamite ce la mettono. Forse allora i due bambini, come quelli della favola, troveranno la strada di casa e riceveranno infine asilo e riparo in una misera casupola nei boschi, dove tra le capre e un misero giaciglio, magari ancora alberga un filo di rassicurante umanità. Su questa esile speranza, appena accennata, si chiude un romanzo interessante, stimolante ed arguto, un libro da leggere camminando sotto la pioggia, urtando i passanti, sbrodolandosi addosso la minestra mentre si mangia, passando per maleducati per non alzare gli occhi dai fogli, macinando trecento pagine come se fossero briciole, divorando le tracce come esseri onnivori per giungere alla parola fine, con un sospiro, un soffio di dolore e, sorprendentemente, anche un filo di rimorso. Perché di come vanno le cose, lo sappiamo bene, siamo tutti un po’ colpevoli, ciascuno di noi e ogni giorno di più”. Sabina Marchesi
DIARIO (20 gennaio 2006) "Due morti che ne chiamano altri due. Strani omicidi nei boschi del Canavese dove viene mandato l'ispettore Leonetti, il quale, con abilità, grazie a esperienza e intuito, dipana il filo di una storia che tra credenze popolari, internet e un altare druidico rischia di restare sepolta nelle viscere della terra, come l'atmosfera di maledizione che incombe sul borgo. Mito, realtà e cyberspazio nel cuore della natura".
Pietro Cheli
SEPANET.IT (19 gennaio 2006) “All'ispettore Leonetti, in vacanza, quel lindo paesino delle montagne piemontesi sembra un posto da cartolina. Tutto sembra invogliarlo a lasciare finalmente la città per un ritorno alle origini: l'incanto della natura tra boschi e prati verdi; l'ospitalità della bella vedova, padrona della pensione dove alloggia, prodiga di premure materiali e sentimentali; il giovane prete che lo intrattiene con partite a scacchi e racconti sulle tradizioni e leggende locali. Ma anche là, dove pare debba regnare perenne la serenità, incombe la violenza omicida che si abbatte su personaggi diversissimi tra loro: una giovane potatrice di handicap, uno yuppie rovinato, un ragazzino immigrato. La mente dell'ispettore non resta in ozio, il suo istinto di poliziotto gli indica subito la pista che gli altri non vedono: l'impronta di un piccolo piede. E così, d'indizio in indizio, giunge al cuore del problema: uno dei tanti videogames dal contenuto delirante e sanguinario, di quelli purtroppo tanto diffusi presso i bambini e giovanissimi. Ad esso fanno curioso riscontro le leggende del paese, che favoleggiano di nani sapienti vissuti un tempo lontano e scomparse nelle viscere della montagna e di sacrifici umani consumati un tempo presso un possente megalite, che si dice sia stato un altare druidico. Ma la paziente indagine del poliziotto non riuscirà a salvare né l'amico prete né il giovanissimo figlio della donna amata, aguzzino e vittima di una follia omicida concepita dalla mente di un altro adolescente, sconvolta da antiche tare e frustrazioni. Ma il folle gioco minaccia di coinvolgere una schiera di bambini, allettati via computer con la promesse di varcare la favolosa porta che condurrebbe a un mondo migliore. Chi sono questi innocenti che affrontano ogni difficoltà pur di giungere là dove c'è il 'varco' promesso? Sono i nostri figli, i figli dell'era del benessere e del progresso tecnologico, che non sanno che farsene dei nostri riti e miti e fuggono un mondo che l'ipocrita imbecillità degli adulti rende sempre più insopportabili. Sono i figli di madri ottusamente adoranti, che non sanno più trovare le parole di un vero dialogo. Sono i capri espiatori del più bieco consumismo, che costruisce le armi e le favole violente dei videogiochi e poi virtuosamente marcia per la pace. Sono le vittime predestinate della disperata follia di un tempo che pare così razionale, che costruisce i più sofisticati marchingegni, ma distrugge ogni appiglio per l'anima bisognosa di altre certezze. Il romanzo di Binaghi, che alletta con la fluida gradevolezza dello stile, è in realtà un pugno nel stomaco che induce a meditare, senza la sciocca illusione che la fantasia dell'autore non ci riguardi”.
Sergio Palumbo
LA PREALPINA (2 gennaio 2006) "Binaghi è l'autore di un noir ambientato sulla Serra d'Ivrea: una serie di omicidi a breve distanza da un misterioso megalite, altare druidico che da tempo immemorabile sorveglia la valle e nasconde nel suo cuore di pietra un segreto. Ma gli assassini chi sono? Intorno non si vedono che ragazzini intenti ai loro giochi. Qualcosa ha forse trasformato gli innocenti in agnelli mannari? Sotto le apparenze di un noir appassionante, questo romanzo racconta l'unica, inquietante verità del nostro tempo: l'eclissi del reale e il ritorno del mito reso ancora più potente e pericoloso dal fascino facile del cyberspazio".
DOMENICA QUIZ MESE (gennaio 2006) "'La porta degli innocenti' è un thriller che ha il suo epicentro in un misterioso altare megalitico dominante una valle che sarebbe da cartolina se non fosse teatro di delitti. All'ispettore Leonetti tocca il compito di scoprire la verità, che è molto più complessa di quanto non appaia dai nudi fatti (o fattacci). Thriller ambizioso, 'La porta degli innocenti' vuole essere una metafora del nostro tempo, nel quale il reale cede sempre più il passo al mito. Se il risultato finale sia o no all'altezza delle ambizioni è cosa che il lettore potrà giudicare".
Guido Damiano
TUTTOLIBRI - LA STAMPA (31 dicembre 2005) "'LA porta degli innocenti' di Valter Binaghi è una sorta di soffocante profezia sui pericoli del contagio tra gioco virtuale nelle menti adolescenti. Omicidi assurdi e tra loro slegati - un ragazzo di colore, uno yuppie, una pastora handicappata - sembrano collegati da un antico rituale druidico su cui indaga l'ispettore Leonetti. I misteri sono aggrapati a un segreto custodito tra le montagne sovtrastanti Ivrea".
Sergio Pent
POLIZIA E DEMOCRAZIA (14 dicembre 2005) "Valter Binaghi, nel suo romanzo ‘La porta degli innocenti’, ci mostra il ‘lavoro’ di un ispettore di Polizia nel ristretto ambiente giovanile di un piccolo centro. E’ lontano dalla città, in un contesto bucolico, che si ambienta il romanzo di Valter Binaghi. Vengono uccise quattro persone e nessun legame le unisce. L’ispettore Leonetti intuisce che deve investigare in un ambiente ristretto, quello dei giovani del paese. Quegli stessi giovani che l’autore definisce innocenti, giocando sull’ambivalenza che la parola innocente nasconde: puro ma anche irresponsabile. Binaghi intreccia la realtà virtuale dei videogiochi con quella della vita reale, raccontando come i ragazzi, protagonisti del libro, non siano più capaci di distinguere l’una dall’altra. La morte diventa un gioco, uccidere è facile come in un videogioco. Le persone diventano personaggi. E’ un romanzo polifonico, dove le voci degli attori si narrano in prima persona. In questa struttura sapiente si trovano l’investigazione classica e rassicurante, il mondo degli adulti e quello delle nuove generazioni, che si mettono a confronto cercando invano lo spazio per una mediazione. Vi troviamo anche l’angoscia di una madre che ama il proprio figlio adolescente, ma che sente ormai irraggiungibile. ‘Fino a quando si è ragazzi?’. In questo romanzo si sente l’angosciosa domanda che quotidianamente aleggia nell’aria di chi legge fatti di cronaca che hanno per protagonisti gli adolescenti. E’ cambiato qualcosa in questa società? Sono gli strumenti mediatici che ci fanno conoscere ciò che in realtà è sempre accaduto nel corso delle generazioni o adesso viviamo in un mondo incapace di trasmettere dei valori? Non sappiamo se le risposte siano scontate, quel che è certo è che l’autore ci ha posto di fronte ad una riflessione. Una riflessione che merita un approfondimento".
Simona Mammano
BOOKMARK (14 dicembre 2005) "Cosa vogliono tutti quei bambini? Chi ha loro rubato l'innocenza? Due domande asciutte di Valter Binaghi, autore del thriller 'La porta degli innocenti', per svelare un gioco e le sue vittime: uno speculatore spiantato finito per caso in un 'rave' in aperta campagna e un extracomunitario senza casa né lavoro".
ZAINET (dicembre 2005) "Il paese dei balocchi diventa un incubo. Pinocchio si trasforma in un asino, il ragazzo contemporaneo in una larva joystick e teledipendente. E poi antichi rituali druidici, un piano folle di rinascita, adolescenti allo sbando, giochi virtuali. Questi sono alcuni ingredienti de 'La porta degli innocenti', romanzo noir che racconta il declino del nostro paese attraverso tre generazioni. Come mai la maggior parte delle novità in libreria di questi tempi è noir? Forse perché questo genere, un tempo considerato di consumo, indaga meglio certe ambiguità dell'animo umano che la civiltà post-industriale ha esasperato e fatto venire fuori con maggiore evidenza".
Maria Rossetti
LATELANERA.COM (20 novembre 2005) "C’è chi passa i mesi aspettando con la bava alla bocca l’uscita del nuovo romanzo di Stephen King (o del nuovo CD di Ronnie James Dio), e chi, come me, di un nuovo lavoro firmato da Valter Binaghi. 'La porta degli innocenti' è uscito nelle librerie qualche mese fa ed è arrivato a colmare quel senso di 'vuoto letterario' che mi aveva invaso dall’ultima pagina del suo precedente romanzo, 'Robinia Blues', quando mi resi conto che ne sarebbe dovuto passare di tempo prima di poter assaggiare ancora un poco di 'droga Binaghi'. E questo nuovo romanzo colma e riempie fino a traboccare, e non mi sorprende affatto che sia giunto in semifinale al premio Scerbanenco di quest’anno, così come non sarei sorpreso se dovesse vincerlo. Binaghi, riscoperto dalla Dario Flaccovio Editore nel 2004 a cinque anni di distanza dalla sua ultima pubblicazione ('L’ultimo gioco', Mursia 1999), è cresciuto nelle province tra Milano e il Ticino, lavora dall’87 come insegnante nei licei, a contatto con gli stessi adolescenti (innocenti o meno che siano) che poi descrive nelle sue opere, e ha un passato (remoto) di redattore underground e uno più recente da curatore/editor per importanti case editrici; sono tutti elementi che escono con forza dalle sue pagine, dal raro pregio di apparire al lettore come più vere del vero. Chi ha apprezzato 'Robinia Blues' troverà qui lo stesso 'livello' di scrittura, lo stesso stile, questa volta forse ancora più elegante (nella sua ricercata semplicità) e ammiccante (nei suoi giochi di detto non detto) che in precedenza. Torna l’ambientazione di provincia e della piccola cittadina, ma il bosco di robinie dietro casa lascia il posto a irti rilievi montuosi, e le vicende abbracciano un numero di personaggi (e di generazioni, e di storie) maggiore, con un intreccio di punti di vista (anche temporali) che l’autore riesce a gestire con disinvoltura e a presentarci con una limpidità invidiabile. Poco più di trecento pagine, ognuna delle quali ricchissima di sfumature, livelli di lettura e spunti narrativi, che scorrono veloci nonostante quest’abbondanza di carne al fuoco, sorprendendo. Che altro dire se non bello!".
Alessio Valsecchi
STILOS (7 novembre 2005) "In un paesino sulla Searra, sulla montagna incantata, c'è un megalito che nasconde un terribile segreto. Qual è la maledizione di quello che è considerato un altare preistorico se improvvisamente accadono dei delitti inspiegabili? Con la morte di Goerge il corridore e di Nerina la pastora, la perdizione di un prete giovane e la scomparsa di Freddie, sembra che gli innocenti, davanti a quella porta-passaggio misteriosa si siano trasformati in bestie feroci come per un antico sortilegio. Ha il ritmo di un thriller psicologico il romanzo di Binaghi, già autore per Dario Flaccovio di 'Robinia blues'".
IL SECOLO D'ITALIA (6 novembre 2005) "Scomparse misteriose in un paesino di montagna, nelle vicinanze d'un antico altare druidico; bambini trasformati in agnelli mannari; eco mitologiche che si riverberano attraverso il cyberspazio: questo è lo scenario del thriller di Binaghi, striato di una vena fantastica nient'affatto casuale, ma attento a cogliere le contraddizioni della società odierna attraverso la cartina di tornasole di un'appassionante indagine di polizia... L'approccio alla narrazione è vivace, coinvolgente... Un tuffo nel gergo, nei rituali, nelle tecniche di sopravvivenza e nelle formule espressive di un'Italia poco nota all'Istat e ai giornali di regime".
IL BIELLESE (4 novembre 2005) "L’elemento che attrae maggiormente in questo romanzo a metà tra il thriller e il fantasy è la collocazione ambientale. Fa specie trovare come sfondo alle drammatiche vicende, alle inchieste e alla cronaca nera, Netro, Donato, Graglia, località dell’Alta Valle Elvo note non solo ai biellesi. E la dolcezza del crinale della Serra, i boschi che vanno verso il Canavese, gli agglomerati di case attorno al campanile e alla caserma dei Carabinieri, le baite in alta montagna presidiate dai marghé. Insomma, il fatto che la storia raccontata ruoti attorno ai paesini della nostra zona stuzzica la fantasia e avvicina ad una realtà giovanile che in parte trova riscontro nella realtà. Solo in parte, perché altrimenti dovremmo pensare che i giovani di oggi siano talmente imbottiti di virtuale da scambiare il verosimile con il vero. Dopo questa premessa che ci sembrava necessaria, si può passare a conoscere non una, ma cento storie che si intrecciano e si avviluppano come un parassita intorno alla pianta sana, fino a farla morire soffocata. La morte è uno dei fattori su cui si gioca la partita nata dalla mente malata di uno sconosciuto che la legge vuole identificare e assicurare alla giustizia. Ma si scoprirà, leggendo il romanzo, che qualcuno di molto importante e vicino al responsabile degli assassinii a catena aveva già intuito che la mela marcia avrebbe colpito, che quella mente aveva indirizzato le sue potenzialità intellettive verso il male, la prevaricazione, l’uso indiscriminato dei nuovi mezzi di comunicazione. I giovani tratteggiati nel libro vengono fuori dalla narrazione con le ossa peste. Mancano di capacità di rapportarsi con gli adulti, scambiano i messaggi via etere con il volere di entità misteriose che li condurranno a varcare la soglia per passare verso un altro mondo, diverso da quello in cui a loro non manca molto. Sono in attesa di essere salvati da un non meglio identificato Maimo, la rete in cui si impigliano gli uccellini senza esperienza di volo. Tutti sono innocenti, ma sanno trasformarsi in lupi mannari. Ad eccezione dei due piccoli in fuga dall’orfanotrofio, che cercano nel mito una protezione venuta a mancare nella loro vera vita. Gli adulti invece sono o genitori di famiglie disastrate e spaventate dal silenzio assordante delle nuove generazioni, in cui non si riconoscono e di cui hanno timore. O agenti alla caccia di indizi per capire chi possa commettere omicidi così diversi, e ricercano ognuno con i propri limiti di mettere insieme le tracce lasciate inavvertitamente per stanare i colpevoli e mettere fine alla strage. O infine sacerdoti in difficoltà a trattare con potenti o con ragazzi che non sono più abituati a riconoscere dei valori. Tra i personaggi meglio delineati l’ispettore, da sempre in giro per il mondo ad annusare le orme dei delinquenti. La stanchezza se la porta dietro come una lumachina la sua casetta. Ha voglia di affetti, di cene calde, di letti freschi e puliti, di amicizie certe, di una società meno violenta e amara. Ma anche questa volta la fortuna non è dalla sua parte. Dovrà accontentarsi di fare ancora una volta bene il suo lavoro, di stare alle calcagna dell’insospettabile di turno, di capire che dietro ad un sasso scaraventato giù da un cavalcavia non ci sono solo i soliti bulli irresponsabili. C’è di più. Un mito che attrae, acceca, detta legge, si ammanta di segni celtici misteriosi, legati a popoli ormai scomparsi dalla faccia della Terra. Grande amarezza dello scrittore, a tratti pungente e satirico, ma limpido nei giudizi e negli insegnamenti. Se vorrete leggere il romanzo, non perdetevi la Nerina, eterna bambina irrequieta e il vecchio che sta morendo nel suo letto, vegliato da una serie di parenti in attesa della morte. Almeno in questo caso, si spera, naturale".
M. Debernardi
ALTOMILANESE (28 ottobre 2005) "Ho divorato 'La porta degli innocenti' in un solo pomeriggio. Questo romanzo rivela una buona dose di maturità letteraria. La scrittura è ciò che più colpisce: colta, calma, profonda, avvolgente, atipica per il genere (anche se ricorda vagamente quella 'echiana? de 'Il nome della rosa') e soprattutto drammaticamente in contrasto con il malessere esistenziale di una gioventù 'bruciata' anzitempo, vera protagonista del romanzo. La parola rivela una realtà divisa tra nevrosi (o semplice ingenuità sognante?) e quella fragile normalità che cerca disperatamente di difendersi dal disordine, dall'irrazionale che la divora lentamente dall'interno. I continui cambiamenti di prospettiva, i repentini flash tra i due mondi protagonisti, la girandola di personaggi che sembra non arrestarsi mai mettono un po' di capogiro: poi nel finale tutto si ricompone e diventa anche avvincente trovare il bandolo della matassa".
THRILLERMAGAZINE.IT (22 ottobre 2005) "'La porta degli innocenti' è il nuovo romanzo di Valter Binaghi, da pochi mesi in libreria pubblicato dalla Dario Flaccovio Editore. Dopo 'Robinia Blues' l'autore si ripropone con un romanzo dai toni forti e inquietanti, che mette il lettore a confronto con la dura realtà di un paesino di montagna piemontese. Una serie di omicidi apparentemente scollegati tra loro, insanguina la valle e 'il poliziotto di città' Leonetti cerca una pista su cui basare l'indagine. Ma come è collegato a tutto questo un antico altare druidico che da centinai di anni sovrasta la Serra? E di chi può essere quella piccola impronta che sempre compare sulla scena del delitto? Gli aspetti del libro sono molti, l'autore ha abilmente saputo intrecciare storie complesse, affrontandole da diversi punti di vista. L'aspetto più interessante è però la commistione di elementi assolutamente moderni con altri misterici e legati a leggende e superstizioni. Tutta la trama è infatti mossa da due elementi fondamentali il cyberspazio e i giochi di ruolo, da una parte, e un'antica leggenda legata all'altare druidico dall'altra. L'abilità dell'autore sta proprio nel riuscire a unirle e a farle interagire nella costruzione di una trama che si forma tassello per tassello davanti agli occhi del lettore. Questo è lo spunto che l'autore usa per poter affrontare un argomento scottante su cui romanzo fa riflettere: il disagio giovanile. I veri protagonisti del libro, infatti, sono i bambini e i giovani, trasformati da 'innocenti in agnelli mannari' come cita la quarta di copertina da 'un antico sortilegio, e una pericolosa solitudine'. Gli spunti di riflessione che la lettura offre sono molti uniti alla suspense che si crea e che spinge a arrivare in fondo al libro nel più breve tempo possibile. Molto interessante è anche la scelta dei diversi piani di narrazione; la storia si forma, come si diceva, tassello dopo tassello, attraverso una narrazione che di volta in volta si pone dal punto di vista di un personaggio, mantenendosi però sempre extra diegetica e distaccata. Unica pecca, forse del romanzo è la poca cura dedicata ai personaggi, molti di essi sono interessanti e affascinanti, ma molto spesso solo accennati, poco approfonditi come persone. Questa può essere una scelta dell'autore per lasciare al lettore la libertà di approfondire autonomamente il proprio eroe, ma una ricerca psicologica più approfondita avrebbe potuto dare loro maggior spessore. Come si accennava il romanzo potrebbe essere analizzato da molteplici punti di vista, ma in questo caso si preferisce non aggiungere altro per poter lasciare la curiosità della scoperta a coloro che decideranno di leggerlo".
Chiara Bertazzoni
THRILLERMAGAZINE.IT (18 ottobre 2005) "La genesi del romanzo è dovuta a due fatti di cronaca che hanno colpito l'immaginario dell'autore: i primi episodi di lanci di sassi dal cavalcavia e l'omicidio di Desirée Piovanelli, entrambi riconducibili al tema centrale del romanzo: l'adolescenza. Un età che lo scrittore definisce come 'un'opportunità metafisica' che, se non vissuta totalmente, se deprivata o alterata, può divenire una condanna a vita e sfociare nella paranoia. Da qui 'il dramma di una società che schiaccia gli adolescenti', confinandoli spesso al solo ruolo di attori di giochi virtuali. Quindi, in una società mediatica in cui 'il gioco diventa realtà e la realtà diventa gioco' si comprende bene come si possa attuare la spettacolarizzazione del crimine. Binaghi indica come profeta di questa era Guy Debord. E ha ragione. Di questi tempi, andarsi a leggere o a rileggere 'La società dello spettacolo' sarebbe cosa buona e giusta. 'La porta degli innocenti' è un romanzo sull'adolescenza e non soltanto con degli adolescenti come protagonisti. La differenza può sembrare sottile, ma è sostanziale".
Fernando Fazzari
LA PREALPINA (13 ottobre 2005) "Difficile fermarsi al thriller. Anche se la morte del corridore George e della pastorella Nerina danno alla lettura un ritmo da 'giallo', l'interesse è tutto sulla condizione giovanile. Così l'ultima fatica di Valter Binaghi va a classificarsi in una nuova categoria. Un nuovo genere: il thriller sociologico. 'La porta degli innocenti' parte da reali fatti di cronaca per andare oltre. Assume la forma romanzata per raccontare il disagio giovanile e sferzare un violento attacco ai media. Gli innocenti del titolo non sono quelli privi di colpe, quanto quelli 'che non vogliono assumersi le loro responsabilità', precisa l'autore. E compaiono i miti: guide ancestrali proposte in chiave moderna che fanno da filo conduttore spaziando tra giochi di ruolo e che diventano la vita reale per i protagonisti".
IL DOMANI (12 ottobre 2005) "Una storia che mescola disagi adolescenziali, vite virtuali, furori giovanili, ricordi di guerra, fra una terra reale e un mondo virtuale".
STILOS (11 ottobre 2005) "E' un romanzo su un tema di scottante attualità, sulle giovani generazioni, dai sassi dal cavalcavia al delirio della realtà virtuale".
BALARM.IT (8 ottobre 2005) “Se nutrite una certa simpatia per il genere, o siete degli appassionati, ‘La porta degli innocenti’ fa al caso vostro. Si tratta dell’ultimo parto del quarantottenne milanese Valter Binaghi. L’autore mette su carta un thriller in piena regola, incentrato su un gioco di ruolo on-line (virtuale), che finisce per diventare, incredibilmente e fatalmente, reale, con tanto di vittime sacrificali. A dirigerlo, a dettare cioè le regole del gioco (‘ci sono quattro chiavi da procurare per trovare il Passaggio: ogni morto è una chiave, e il Passaggio è nella grotta’), è Maimo, un ventenne (classe ’85), mezzo invasato, che si considera ‘l’eletto’, scelto fin dall’infanzia per adempiere ad una profezia (‘lui che è in tutto e per tutto simile all’Antico e mostra di discendere dal misterioso piccolo popolo della montagna. Quanto ha dovuto soffrire per la bassa statura che i compagni sbeffeggiavano nei primi giorni di scuola, prima di trovarsi intimoriti di fronte alla sua mente superiore!‘). Come si arriva a sapere di questo gioco assurdo? Perché nella zona (un paesello da cartolina, tra boschi e vallate) la polizia sta indagando su quattro omicidi, apparentemente slegati fra loro: un immigrato clandestino senza casa né lavoro, uno yuppie al tracollo finanziario, una pastora handicappata, un giovane prete. Sulle prime verrà seguita la pista ‘politico-razziale’, ma vari indizi, voci, pedinamenti, porteranno l’ispettore Leonetti all’amara conclusione: c’è gente in giro che uccide senza motivo, o secondo un disegno delirante. Ma chi sono i presunti assassini? Binaghi descrive, abilmente, la generazione dei neo-adolescenti, che tra razzismo, atti vandalici, abusi, droga e prostituzione, ma soprattutto con la facilità del cyberspazio - innocentemente - va allo sbando. Senza quasi farci caso”.
Patrizia Carollo
TROVAPALERMO (n. 73 - 3 ottobre 2005) "E' un romanzo limpido, nel senso che lascia trasparire le esperienze che l'autore deve aver maturato negli anni. Binaghi... il mondo dei giovani di allora e di oggi pare conoscerlo davvero bene. I disagi adolescenziali, i furori giovanili, gli ambienti un po' mitizzati e un po' distorti, costruiti in una sorta di cyberspazio, si mescolano sino a dar vita a una storia pazzesca, dove ci scappa pure il morto con relative indagini condotte dal carabiniere Leonetti. E i giovani? I giovani hanno il volto... di un paesino di provincia in cui una generazione rischia ancora una volta di naufragare e perdersi. Ma c'è anche un assassino da scovare e se intorno non ci sono altro che bambini che giocano, chi può essere il colpevole?".
Deborah Pirrera
IL GIORNO DI LEGNANO (29 settembre 2005) "La nuova fatica di Valter Binaghi è diversa dalla precedente. La trama parla di un gioco di ruolo trasceso in una serie di omicidi sulla Serra d'Ivrea. Sotto le apparenze di un thriller mozzafiato questo libro racconta l'unica verità del nostro tempo: l'eclissi del reale e il ritorno del mito, reso ancor più potente e contagioso dall'ambigua facilità del cyberspazio. Nel romanzo si uccide, senza perdere l'innocenza, in un sogno grottesco di libertà. Il ritratto di una psiche adolescente e del suo male oscuro".
KULTVIRTUALPRESS.IT (22 settembre 2005) "Una serie di omicidi sconvolge la tranquillità della provincia piemontese ‘sonnolenta’ e ‘vuota’, isolata a poche decine di chilometri dalle città. Tra boschi e vallate vengono rinvenuti i corpi di quattro ‘vittime’ che non hanno apparentemente nessun legame tra loro: un immigrato clandestino, uno yuppie al tracollo finanziario, una ragazza handicappata, un prete. Nella bellezza dei luoghi e nella suggestione della natura prorompe il male nelle molteplici forme che assume nei passatempi dei ragazzi della zona, intenti a ‘giochi criminali’ tra razzismo, atti vandalici, abusi, droga e prostituzione. E il cyberspazio, come unica via che questi giovani, ‘agnelli mannari’, trovano per fuggire ‘dal mondo in rovina’. La vita reale diventa prolungamento di quella virtuale, più vera del vero, allucinante mondo parallelo nel quale rinchiudersi e reinventarsi, oltre le dinamiche e le convenzioni sociali che vengono scardinate. Un gioco di ruolo on-line unisce vittime innocenti e complici inconsapevoli, vittime a loro volta di una società conflittuale e distratta, a un master folle che cerca di varcarne ad ogni costo i confini dello squallore quotidiano, in un continuo gioco di specchi tra realtà e finzione. Il gioco, che avvalora antiche leggende e inventa una nuova fede, perversa e delirante, dà un nuovo significato al dolore, alla brutalità, alla violenza, e cambia la percezione della morte e della sofferenza, accomunando persone che non si conoscono, ma che sono legate dal filo rosso del disagio esistenziale. ‘La porta degli innocenti’ è un romanzo intrigante, bellissimo, costruito con veloci cambi di scena; un puzzle che prende forma pagina dopo pagina, intrecciando vicende, sentimenti, segreti aberranti, simboli e riti magici che affondano le loro radici nell’esoterismo preistorico. Un’indagine di polizia che si fa strada tra ‘oscure credenze e violenza primordiale’, e che si insinua faticosamente e con sgomento nella solitudine e nella crisi di una generazione. Binaghi costruisce un giallo complesso, suggestivo, che tiene il lettore col fiato sospeso dall’inizio alla fine e si legge tutto d’un fiato, ma è anche una finestra che si spalanca sul disagio dei giovani, ‘tutti potenziali criminali’, è una riflessione polemica sulla società post-moderna e i suoi valori mancati, è il ritratto drammatico di una generazione allo sbando, espressione del ‘naufragio nazionale’".
Stefania Gentile
ARTE.TISCALI.IT (19 settembre 2005) "Un gioco virtuale diventa reale e fa delle vittime: uno speculatore spiantato finito chissà come in un rave e un extracomunitario senza casa né lavoro. Così iniziano le indagini dei carabinieri, e poco a poco emerge una storia fatta di disagi adolescenziali, vite vissute al computer, violenze giovanili e ricordi di guerra, che apre uno spaccato sociale di stretta attualità".
ARTE E DINTORNI (15 settembre 2005) "...e torniamo a oggi. Storie di quest'estate. Come quelle legate ai sassi dal cavalcavia, più in generale a un mondo di giovani nel quale difficilmente ci riconosciamo ma al quale è difficile, o riesce tale, dare delle risposte. 'La porta degli innocenti', nuovo romanzo del lombardo Valter Binaghi, parte da un gioco virtuale che si trasforma maledettamente in reale. Sempre sospeso tra quello che è e quello che potrebbe essere, tra nichilismo e fuga dal nostro mondo, tra furori e violenze giovanili. Violenze. Tutte ugualmente terrificanti ed esecrabili".
LETTERALMENTE.COM (12 settembre 2005) "Dai sassi gettati dal cavalcavia al delirio della realtà virtuale, il libro mostra come un gioco può diventare drammaticamente reale mietendo le sue vittime: uno speculatore spiantato e un extracomunitario senza casa né lavoro. Tra nichilismo e fuga dal mondo, disagi adolescenziali, vite vissute solo davanti a un computer, furori e violenze giovanili, ricordi di guerra costituiscono il retroscena sociale e psicologico del romanzo, che si snoda attraverso le indagini del carabiniere Leonetti. Anch’egli sarà sedotto dall’illusione di iniziare un'esistenza diversa. Ma un gioco non è tale senza il rush finale: tutto prende una velocità frenetica e ogni cosa può essere rimessa in discussione".